La sconosciuta Fontainebelau in riva all’Oglio

LA SCONOSCIUTA FONTAINEBLEAU IN RIVA ALL’OGLIO

di Paolo Zanoni – fotografie di Luciano Zanoni

Lo spirito degli antichi romani che aleggia sul campo delle Vignette, custode non sempre rispettato di una necropoli, si materializza ogni tanto nella scoperta di una tomba con i suoi preziosi corredi funerari. A mattina, poco oltre il Gambinetto, il sacello dei Morti di San Pietro muove l’animo alla pietà cristiana con i resti mortali degli antenati colpiti dalle pestilenze medievali. A sera la lunga e sottile falce di Castel Tebaldo, che si insinua profonda nella bassa golenale del Buco della Cagna, ricorda nella denominazione un dimenticato baluardo posto a vedetta del confine segnato dall’Oglio in tempi ferrigni ed insicuri. La barriera delle robinie che circonda su tre lati il fondo, non è che il pallido simulacro della selva intricata che occupava le coste e le bassure infide di stagni dell’ansa fluviale ai loro piedi.

In questo scenario, per molti versi primordiale, forse agli inizi del Cinquecento, i Martinengo costruirono in posizione panoramica ai margini del terrazzo il palazzo di campagna di Fontana Billiò, eleggendolo a ritrovo di caccia e di delizie campestri. Il nome dell’insediamento, in seguito ridotto a cascina chiusa, deriva evidentemente dal famoso castello francese di Fontainebleau. Anzi, è provato che il palazzo di campagna dei Martinengo abbia preso il nome dalla famosa residenza reale francese. Benvenuto Cellini, che tra il 1540 e il 1545 lavorò alla corte di Francesco I, nella sua “Vita scritta da lui stesso”, cita la località della regione parigina alla maniera fiorentina:  Fontana Billiò, proprio come l’originaria denominazione del palazzo-cascina villaclarense.

Fontainebleau, modesto castello circondato dalla foresta, a 65 chilometri a sud di Parigi, venne trasformato a partire dal 1528 in una magniloquente dimora in grado di competere in splendore e ricchezza con le più fastose regge europee. Francesco I, reduce dalla sconfitta di Pavia e dalla umiliante prigionia inflittegli dall’imperatore Carlo V, intese in questo modo riscattare l’onore offeso e rilanciare il prestigio nazionale francese. Ammiratore dell’Italia, egli chiamò a decorare il sontuoso edificio artisti italiani, soprattutto toscani, con a capo il Rosso Fiorentino, che diedero vita ad una vera e propria moda, affermatasi col nome di scuola di Fontainebleau.

Bartolomeo III Martinengo, conte di Villachiara, ebbe molteplici rapporti col regno di Francia tramite le sue parentele e alleanze con gli Estensi e i Farnese, accompagnato in gioventù anche dal figlio Enea. Con le divisioni patrimoniali del 31 marzo 1565, seguite alla prematura morte di Enea, a Marcantonio toccarono il castello e i fondi di Villachiara, mentre il primogenito Paolo Emilio ebbe Fontana Billiò, Bompensiero, Villabuona e il mulino; in tutto un valore stimato in circa 250.000 lire. Questi però rimase insoddisfatto della sua residenza rurale e se ne lamenta nella polizza d’estimo del 1568, dove troviamo scritto al riguardo: “Fontana Billiò soleva esser stanza per l’affittuale et al presente per necessità gli abita sua Signoria ed è incommodissima, di modo che per sua abitazione è forzato a spendere sette o otto mila ducati…”. L’insoddisfazione del conte, gonfiata ad arte per sfuggire, almeno in parte, le “gravezze”, viene minuziosamente argomentata nella polizza del 1580: “Prima una casa chiamata Fontanableò, per sua abitazione, la quale è in campagna nel territorio di Villachiara, ma lontana da essa terra più di un miglio, sopra una riva, vicina al fiume Oglio mezzo miglio, con dui orti piccoli per servigio di casa; et questa casa oltra ch’è incomoda, è stretta per la famiglia d’esso Signor Conte…”. Le lamentele di Paolo Emilio si estendono alla scarsa resa dei 1.084 piò di terra in sua proprietà, “dalla quale somma d’entrate bisogna tenirne bona parte sempre morta per sovenire li massari, i quali per la sterilità, et vili fondi delle possessioni non possono raccogliere tanto da un suolo in fuori che li basti da vivere, et per questo vanno accrescendo ogn’anno il loro debito… Perché li sudetti massari non sono a sufficienza a lavorare le sudette terre, è necessario tenere quattro para de bovi con li biolchi, et altre cose necessarie per lavorare, et questo è per l’ordinario. Ma il sopra detto Signor Conte è astretto far lavorare di sua mano tre possessioni di quelle di Bompensiero per non aver massari che li lavorino, et questo con grandissimo suo disturbo, spesa et danno. E’ necessario tenire un fattore a Villabona il quale habbia cura di quelle possessioni, il quale ha di salario scudi quaranta d’oro all’anno, et quattro some di formento, et un carro di vino”.

Se il palazzo di Fontana Billiò non aveva le dimensioni e le comodità dei castelli di Villachiara e Villagana, allora in via di trasformazione in sontuose dimore signorili, pure ha avuto il privilegio di essere abbellito e ingentilito di affreschi di buon gusto. Ce ne dà testimonianza Francesco Paglia che lo visitò nella seconda metà del Seicento, con questa descrizione annotata nel libro secondo del “Giardino della Pittura”: “A Bon pensiere poco distante della Villa, alla foresta trovasi un bellissimo Logo chiamato Fontana Billiò il di cui Logo è tutto dipinto dalli Campi di Cremona e in particolar sotto la Porta ammirasi varj corpi nudi con intrecciamenti di frutti, fogliami, e bambini con varj uccelli, ed altre bizarie così ben accordate, ed unicamente colorite, che rendono maraviglia a chiunque li mira. Segue in prima stanza a sinistra del portico, un bel groppo istoriato con Orfeo, che con la sua dolce Lira, e soave suono raduna a sé ogni stirpe di Animali molto ben fatti, con un fregio attorno di alcune Arpie, che porgono molti frutti in capricciosa maniera formata dal Fasolo, ed il ressiduo delle pareti fingono essere una cedrera di limoni ed aranci, interamente colorita con bella bizaria. Le altre stanze poi superiori veggonsi dipinte a Drappi d’oro riccamati con freggj di puttini in varj modi scherzanti tra fogliami, e carteloni unicamente dissegnati, e ottimamente coloriti dalli sopradetti Campi di Cremona”.  

 Degli affreschi descritti dal Paglia, molti dei quali sono celati da successive imbiancature, oggi possiamo ammirare: sotto il portico, una figura giovanile nuda e diversi uccelli multicolori con fregi, affiorati dalla spessa tinteggiatura giallo-ocra; nella stanza di Orfeo, quattro maschere sugli angoli della volta e un pezzo di cornice fregiata, mentre il resto rimane coperto dall’imbiancatura; nella sala superiore delle armi (una collezione proveniente da Pontevico), gli affreschi, ancora integri, costituiti da un intrico di tralci e fogliami, che vanno purtroppo rapidamente sbiadendo a causa dell’inquinamento atmosferico. La rimozione dell’imbiancatura in una stanza dell’appartamento dietro il portico, recentemente ristrutturato, ha fatto emergere pareti completamente decorate ad affresco, mentre in quella attigua si intuiscono altri disegni dello stesso tipo e dello stesso periodo rinascimentale.

Tramontata la stagione della pittura e la parabola terrena di Paolo Emilio Martinengo, spesso assente per i suoi impegni militari in Dalmazia, la dinastia venne continuata dai figli del secondogenito Sigismondo. Dei due eredi maschi di questi, Vincenzo ebbe solo due figli naturali non legittimati, mentre Paolo Emilio, dalla consorte Francesca di Ercole Martinengo, non ebbe discendenza, per cui nel suo testamento del 1649 nominò erede delle sue sostanze il nipote Sigismondo Ponzoni di Cremona, figlio della sorella Olimpia. Si estingueva così questo ramo dei Martinengo Villachiara e Fontana Billiò venne venduta nell’anno 1700 dai Ponzoni ai Borgondio, che la mantennero fino a poco oltre l’Unità d’Italia, quando venne ceduta ai Provezza. Nel Novecento seguirono i Roncali e infine, intorno al 1936, i Calzoni di Milano.

Il conte Vincenzo, dopo la peste del 1630, fece costruire la chiesa di Bompensiero dedicata a San Vincenzo Martire, dotandola di un beneficio per la celebrazione della messa quotidiana e il mantenimento di un cappellano. Decadde così, fino alla distruzione, l’oratorio privato di San Girolamo, adiacente al palazzo, segnalato fin dalla visita pastorale di San Carlo Borromeo del 20 aprile 1580. 

Se la posizione amena faceva di Fontana Billiò un luogo di piacere e di serenità, non di meno la situazione appartata e la presenza dei boschi favorivano le incursioni ladresche. I Diari Bianchi riportano il seguente episodio accaduto nella prima decade di ottobre del 1629: “Questa settimana passata alcuni vogliono ch’uno di quelli del Re svaligiasse un Pegolotto, quale si salva sul Porto di Bonpensiero e quel Portinaro dà fori nova che li Spagnoli prendono il Porto, onde la moglie del Conte Paolo Emiglio tra li altri fugge a piedi con le vesti e collane”.

Dal Cinquecento il palazzo-cascina ha visto continuamente mutare il suo vago nome francese; dapprima cadde il sostantivo Fontana, quindi, nel corso dell’Ottocento, il toponimo evolse da Belljò a Billiò, approdando all’attuale Beleò. Nella mappa tardo cinquecentesca che Egnazio Danti ha affrescato nella Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano, il sito è indicato addirittura col nome Leon, mentre Vincenzo Coronelli nella sua mappa del Bresciano datata 1689, lo segnala col nome di Fontana Bella.

Prima della recente tinteggiatura esterna color mattone, sull’arco del portone d’ingresso a monte, si poteva leggere la seguente scritta di benvenuto: “SI VIENE AL BELEO’ E SI RITORNA”. Scomparso il motto augurale, la cortesia del proprietario non è venuta meno. Nonostante le tante manomissioni perpetrate nella Bassa bresciana, il Beleò con i suoi dintorni rimane un angolo di Eden. Sotto il portico, tra i variopinti uccelli dei Campi, un bellissimo Sant’Antonio Abate in ceramica colorata stende la sua mano protettrice su animali che ormai non ci sono più. Nel cortile rettangolare ingentilito dai fiori, tronchi di colonne in botticino e pochi altri marmorei manufatti relitti giacciono coricati ad uso sedile per le soste dei pochi abitanti rimasti e dei rari curiosi che vi giungono. Sono il segno dell’antica aristocrazia del luogo, perduta ma non dimenticata.

(BELEO’ cascina-palazzo nei pressi di Bompensiero nel comune di Villachiara)

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questa voce è stata pubblicata in Beleò, Parco Oglio Nord e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...